80 anni di Consiglio Comunale a Reggio Emilia

80 anni di Consiglio Comunale a Reggio Emilia

Il mio intervento in Sala Tricolore.

E’ con grande piacere che vi do il benvenuto alla giornata di presentazione di questo volume.

Un volume importante perché rappresenta la storia di Reggio, la storia di coloro che hanno cambiato la nostra città, e anche di coloro che, iniziando da questa Sala, poi hanno cambiato l’Italia e qualcuno, dopo aver mosso i suoi primi passi qui, ha anche contribuito a cambiare il mondo.

Nel mio intervento non presenterò il volume. Ho già scritto una presentazione all’interno e se vorrete potrete leggere quella. Li potrete trovare il mio ringraziamento, realmente sentito, ai Consiglieri per il loro lavoro, ma l’intervento che mi accingo a fare sarà un po’ meno affabile. 

Voglio partire da lontano ma solo per un paio di cenni storici: in questo luogo si trovò il Senato cittadino della Repubblica Reggiana che nacque il 26 agosto del 1796 e successivamente in questo luogo il 27 dicembre dello stesso anno si riunirono i rappresentanti di 4 città per aprire il Congresso Cispadano, con delegati di Modena, Reggio, Bologna e Ferrara. E 10 giorni più tardi, sempre qui, nacque la nostra bandiera. Bandiera che unì sempre tutti gli italiani, anche quando avevano punti di vista molto diversi fra loro.

Questo luogo non è mai stato una semplice sala. Da qui nacquero cose importantissime grazie all’illuminazione di persone che credevano alla possibilità di cambiare tutto.

Da qui i rappresentanti della Repubblica Reggiana e poi Cispadana decisero di demolire le porte che chiudevano il getto ebraico, abolire il tribunale dell’inquisizione, rendere pubblica l’istruzione, triplicare l’assunzione dei nuovi insegnanti e triplicarono anche gli studenti, istituire la biblioteca pubblica, dare terre ai contadini meno abbienti e tanto altro. In questa sala, nella fine del ‘700 vi furono uomini che realizzarono cose che probabilmente a molti sembravano irraggiungibili.

Nel 1946 furono eletti i primi parlamentari della neonata Repubblica, fra questi ben 7 erano reggiani e 4 di questi erano stati Consiglieri Comunali qui, in questo luogo: Dossetti, Iotti, Fantuzzi, Simonini e tre reggiani furono determinanti per la scrittura della Costituzione italiana: Meuccio Ruini, Giuseppe Dossetti e Nilde Iotti. Una Costituzione con dei passaggi altissimi, che a molti sembravano irraggiungibili, ma che da allora ci danno una direzione.

Questo luogo, questa Sala e gli eletti che sono stati qui, ci mostrano una storia di speranza, di fiducia, ma sicuramente anche di fatiche e risultati non raggiunti. Ci parla delle nostre possibilità ma anche dei nostri limiti. E i limiti sono dimostrati dal crescente fallimento della politica. E abbiamo dei dati oggettivi che dimostrano quanto la politica stia progressivamente fallendo. Se noi riteniamo che la partecipazione sia determinante per cambiare le cose e che le parole democrazia e partecipazione siano fortemente connesse, e sono certo che tutti i presenti lo pensano; abbiamo dei dati oggettivi che dimostrano che la nostra politica sta fallendo. Alle prime elezioni della Repubblica parteciparono l’89% degli aventi diritto, nove persone su 10 andarono a votare, nel 48 furono anche di più: il 92%. Invece nell’ultima elezione politica andarono a votare il 64% degli elettori, 6 persone su 10. Con la percentuale più bassa registrata nella storia repubblicana. 4 italiani su 10 sono stati a casa, non sentendosi evidentemente rappresentati da nessuno e lasciando che gli altri decidessero anche per loro.

Nel ‘55 Calamandrei in un incontro organizzato dagli studenti, disse loro che perché la Costituzione si muova “Bisogna metterci dentro la propria responsabilità” e che un’offesa alla Costituzione è “l’indifferenza alla politica”. Raccontava loro la storiella di due emigranti che attraversavano l’oceano su una nave traballante. Uno di questi dormiva mentre l’altro guardava con preoccupazione una burrasca in arrivo. C’erano onde altissime e andò a chiedere a un marinaio se erano in pericolo. Il marinaio disse di si e lui sveglio l’amico per dirgli che la nave poteva affondare. Costui, seccato per essere stato svegliato rispose: “Cosa mi importa? Non è mica mia la nave!”

Quindi mi chiedo: noi quanto siamo in grado di fare sentire ad ogni nostro cittadino che la nave, che la città, è loro e che devono partecipare per occuparsene, per aiutare a costruirla e renderla forte nelle burrasche di oggi e del futuro? Quanto siamo in grado di farli sentire rappresentati da ciò che facciamo? E quanto siamo responsabili del fallimento della politica, del calo della partecipazione, del calo della fiducia nei partiti?

So che sto per dire cose anche sgradevoli e mi scuso per chi potrà offendersi. Sia chiaro che tutto ciò che dico lo riferisco in primis a me. Ma noi abbiamo avuto dai cittadini un dono enorme: la fiducia a rappresentarli, i loro voti, la loro speranza. E tante volte abbiamo tradito questa fiducia.

Tutte le volte in cui non riusciamo a rappresentare la più alta versione della politica siamo in parte corresponsabili di questo disamore e di questo allontanamento.

Pensate se davvero potessimo fare tutto il possibile per migliorare insieme la nostra città. Se riuscissimo a non mettere al centro il nostro amor proprio, le esigenze del nostro partito, il nostro singolo narcisismo, ma potessimo sentirci davvero tutti parte di un’unica squadra di un unico gruppo che vuole il bene della città e dei suoi abitanti.

Ma siamo in un mondo che rema nel verso opposto. Vanno nel verso opposto gli strumenti digitali che un tempo non influivano così tanto sulla politica, come i social. Un tempo chi aveva in animo di distruggere, deridere, generare astio, spesso era relegato a piccoli luoghi nei quali condivideva con poche persone il suo lato distruttivo, oggi invece spesso sono proprio coloro che hanno più spazio e dedicano più tempo sui social e questo ha delle conseguenze.

Che i giornalisti non me ne vogliano, ma vanno nel verso opposto le esigenze dei mass media che devono vendere e promuovere dibattiti e certamente punti di vista diametralmente opposti e accese discussioni sono più feconde per il loro lavoro.

Va nel verso opposto il funzionamento stesso della politica, che è basata sul frammentarsi e cercare l’un l’altro di superarsi, non di lavorare insieme. Quindi ogni nostro partito rema contro. La Maggioranza vuole superare l’opposizione. Ma anche all’interno della stessa maggioranza e della stessa opposizione, tanto a Reggio quanto a Roma, ogni partito vuole superare anche i propri alleati. E anche all’interno dello stesso partito la politica si basa su una corsa dei singoli candidati per superare i compagni di partito tramite la preferenza. Il funzionamento della politica è in qualche modo fondato sulla divisione più che sull’unione.

E anche la nostra personalità rema contro. Chi fa politica tende sempre ad avere, per essere gentili, un’autostima “piuttosto spiccata” se si ritiene degno di potersi presentare ai cittadini come loro rappresentante ed essere scelto da loro. Del resto il politico dice “Votate me che sono meglio degli altri”. E generalmente chi ha molta autostima, spesso è accompagnato anche da un certo egocentrismo. Caratteristica che non aiuta a mettere da parte proprie idee e mettersi in ascolto di quelle degli altri.

Inoltre in politica spesso la cosa che aiuta a creare un’identità è la contrapposizione. Il marcare la differenza. Il cercare ogni occasione per dire ai propri potenziali elettori, noi siamo diversi e siamo migliori.

Allora come è possibile costruire se tutto questo va nella direzione opposta? Però questa sala ci dice che già dal 1796 esistevano anche altri esempi. Il volume che presentiamo oggi ci dice che in questi 80 anni l’umanità che si è seduta qui in determinate occasioni ha saputo rappresentare anche il lato più alto di sé. Quindi è possibile.

Provate a pensare a cosa potremmo fare se non avessimo tutte queste limitazioni: partitiche, umane, di contesto… Se davvero ci potessimo concentrare solo su cosa si può fare insieme per migliorare la città. Cosa si potrebbe fare a Reggio se la maggioranza si mettesse realmente in ascolto delle proposte dell’opposizione per migliorare la città, senza abbatterle a priori, senza cercare di nascondere le proprie difficoltà o le cose che non funzionano per non farsi attaccare, o senza cercare di intestarsi le idee migliori degli altri quando non si possono bocciare.

Cosa si potrebbe fare a Reggio se l’opposizione la smettesse di dipingere questa città come insicura, come sporca, come invivibile, contribuendo in qualche modo al disamore per la città stessa da parte dei suoi abitanti e al conseguente desiderio di abbandonarla, di non curarla, di non investirci, di non sostenerla.

Cosa si potrebbe fare se riuscissimo a essere liberi dai pareri dei nostri follower che ci chiedono di attaccare gli altri, di schiacciarli, e se potessimo sentirci liberi di fare scelte senza timore di essere accusati di essere scesi a patti con l’odiato nemico. 

Certo è un’utopia. Ne sono consapevole. Però a volte incamminarsi verso un’utopia consente comunque di muovere alcuni passi. Forse non raggiungi la destinazione e il risultato sperato ma hai cambiato la direzione e hai cominciato a camminare e a farlo con altri.

Noi abbiamo una grandissima occasione. Siamo stati eletti dai cittadini per migliorare la città. E nonostante tutto remi contro, sia noi stessi che diverse delle cose che ci hanno portato qui, ci sono momenti in cui l’umanità ha dimostrato di poter fare grandi cambiamenti e grandi passi in avanti. Kant diceva che il progresso umano non è lineare ma incerto e discontinuo. Che ci possono essere anche regressioni sconfortanti ma che poi proprio le cadute all’indietro dell’umanità finiscono per stimolare il progresso etico e la pace. Perché l’uomo, essere altamente imperfetto, sa anche imparare dai propri errori.

Forse se vogliamo davvero riportare i cittadini ad interessarsi alla res pulica dobbiamo essere noi i primi a dimostrare di poter fare la differenza. Di poterci comportare in modo differente. Di lavorare per la costruzione con l’altro e non la distruzione dell’altro. Invertendo questo sgretolamento della fiducia nelle istituzioni e ricostruendo la capacità di immaginarsi tutti come cittadini corresponsabili.

Per dimostrare che un percorso di questo tipo, nonostante sia osteggiato da quasi tutto e tutti, è comunque possibile. E magari tornando ad essere, come Foscolo definì Reggio Emilia, la «città animatrice d’Italia».

Termino chiedendo scusa se ho offeso qualcuno ma mi sono permesso di farlo perché so quanto ognuno di voi tenga profondamente alla nostra città, e spero che si possa tornare al vero significato etimologico della parola “competere”, che deriva dal latino cum petere, cioè camminare insieme.

Il video del mio intervento.

Matteo Iori